Parola d’ordine “sottocosto”

31 marzo 2017

Cartelloni tre metri per due che invadono i vialoni, cassette postali stracolme di volantini, pubblicità che impazzano su tutti i canali televisivi, e una sola parola riecheggia dappertutto: sottocosto.  Sia che si tratti del settore alimentare o di quello degli elettrodomestici, le strategie di vendita son sempre quelle: prendi 3 e paghi 2, “doppio risparmio”, “qualità e convenienza” ecc.  E il sottocosto, più che una magnifica eccezione, diventa la norma, soprattutto nella Grande distribuzione organizzata alimentare (gdo).

Dalla bottega della signora Maria sotto casa, si è passati alle centinaia di ipermercati e discount sparsi nel territorio che hanno partorito un nuovo modello di consumatore, un consumatore disattento, opportunista, che balla il grande “walzer della convenienza”: la frutta acquistata lì al discount, la carne (e altri prodotti confezionati) comprati laggiù all’ipermercato, e così via dicendo.

Ma dietro l’apparente lucentezza delle targhette promozionali, si cela l’oscurità di una filiera produttiva sbilanciata, fatta di tangenti, aste online al ribasso e tecniche di vendita sleali e anticoncorrenziali, dove a pagare sono i piccoli produttori.

Un sistema, quello alimentare, dove sono le maggiori catene distributive a determinare i costi (per lo più al ribasso) dei prodotti messi in scaffale. Costi che si arricchiscono di “contributi” a cui i fornitori devono sottostare: come il contributo per l’apertura di n nuovo punto vendita (perché il rischio d’impresa deve essere “condiviso”), o gli sconti fine anno retroattivi alla firma del contratto di fornitura.

Si parte, dunque, da una listing fee, cioè una somma che i fornitori devono pagare per avere i propri prodotti in scaffale, la quale viene per lo più determinata da aste online. Quest’ultime, sono per lo più aste al ribasso, dove i fornitori sono costretti a vendere la propria merce ad un prezzo inferiore al costo di produzione, riducendo al minimo ogni margine di guadagno.

Così, l’industriale a due alternative: ribellarsi e rischiare il cosiddetto delisting (ovvero i prodotti vengono eliminati dallo scaffale e quindi da tutti i punti vendita) o giocare nuovamente al ribasso ma stavolta con l’agricoltore o più in generale con chi gli fornisce la materia prima (si perché le aste vengono effettuate prima che le due parti abbiano siglato un accordo di vendita, in modo tale che l’industriale abbia la possibilità di chiudere il contratto con i fornitori di materia prima ad un prezzo inferiore rispetto a quello stabilito dalle gdo nelle aste online). E gli agricoltori?  Quest’ultimi cercheranno di adottare le più svariate tecniche per aumentare le rese (uso di pesticidi, sementi ogm, lavoro sottopagato ecc.), preferendo la quantità alla qualità.

Dietro, quindi, una semplice confezione di passata pomodoro in offerta a 0,97 cent/euro ci siamo noi consumatori, distratti dall’entusiasmo di un risparmio effimero, dove a volte “qualità e convenienza” si trasformano in “quantità e sfruttamento”.

Ampi sono gli approfondimenti sulla questione alimentare presenti sul nostro sito, http://www.federconsumatori-fvg.it/wp-

riferiti all’etichettatura e tracciabilità dei prodotti, e spunti sul diritto agroalimentare.

La lettura della nostra guida sul “Piccolo consumatore consapevole” rappresenta un aiuto a migliorare la percezione sul valore delle cose e del danaro.

 

Federconsumatori Trieste Clelia Agro’